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Beatrice Meoni

 

Camera dei sogni    testo di Ivan Quaroni

Insonnia, impalpabile Bestia!

Non hai amore che nella testa,

per venire a sdilinquirti nel vedere

sotto il tuo occhio maligno l’uomo mordere

le lenzuola e nel tedio contorcersi?

(Tristan Corbière – Insonnia)

 

Sonno, porgimi ascolto: parlerò sottovoce:

sonno,baldacchino del letto di coloro che non lo hanno!

(Tristan Corbière – Litania del sonno)

 

Una cosa è trattare i sogni dal punto di vista psicoanalitico, come oggetti di uno studio che ha scopi terapeutici, un’altra è considerarli materia mitologica, sostanza inafferrabile e originaria, che permea buona parte del vissuto umano tramandando di generazione in generazione informazioni universali, archetipiche. Beatrice Meoni, pur senza rinunciare ad entrambe le impostazioni, ha preferito sondare una terza via, quella che considera il sogno come uno specchio del sociale. Di più, lo ha fatto non da studiosa, ma da artista, frapponendo tra se e la materia onirica trattata, il filtro dell’esperienza estetica. La “Camera dei sogni” di Beatrice Meoni è il frutto di un lavoro complesso, maturato attraverso alcune letture, divenuto in seguito indagine sociale e, infine, rappresentazione.

A suo dire “tutto è scaturito dalla lettura de Il terzo Reich dei sogni di Charlotte Beradt”, in cui l’autrice ha raccolto i sogni di gente comune durante il Terzo Reich.

A colpire l’artista, oltre al contenuto dei sogni, è stata soprattutto l’idea della raccolta, di una documentazione che è, insieme, una denuncia dello stato psichico di paura dei cittadini comuni ,minacciati, ma che ancora non avevano sofferto di vere e proprie privazioni, con quei pochi, successivi giunti dai prigionieri dei campi di concentramento.

Come scrive Freud ne L’interpretazione dei sogni (1900), “tutto il materiale che costituisce il contenuto di un sogno è in qualche modo derivato dall’esperienza, cioè è stato riprodotto o ricordato nel sogno”. In breve, il sogno è la cartina di tornasole della condizione di ogni uomo, giacché è proprio dalla vita di tutti i giorni che esso trae sostanza.

 

Documenti

La Camera dei sogni nasce da questo presupposto, utilizza la sostanza del reale per trasfigurarla in opera. Prima tappa di un work in progress potenzialmente infinito, la Camera dei sogni è innanzi tutto un’installazione, sviluppata a partire da una raccolta di sogni. Sulla falsariga di Charlotte Beradt, Beatrice Meoni ha, infatti, raccolto i sogni di homless ed immigrati, di stranieri in transito (migranti) e di persone che hanno subito un forte sradicamento dal proprio paese d’origine.

L’artista ha intervistato albanesi e peruviani, croati e venezuelani, polacchi e ungheresi, ma anche barboni italiani, per scoprire che nei loro sogni, quelli veri, ma anche quelli diurni, quelli ad occhi aperti, si ritrovano le istanze del quotidiano, le paure e i desideri, le ansie e le speranze della vita di tutti i giorni. 

Il sogno ci istruisce in maniera singolare sulla facilità che ha la nostra anima di penetrare dentro ad ogni oggetto, di tramutarsi subito in ogni ogetto (Novalis, Frammenti, n. 649).

I sogni dei migranti – scrive Beatrice Meoni – parlano di viaggi, di oggetti, di affetti, e di storie in lingue diverse dalla nostra, ma in modo non diverso dal nostro”.

Per un immigrato in un paese straniero, l’incubo più ricorrente è quello di smarrire i documenti e di essere fermato dalla polizia. Alcuni non riescono nemmeno a dormire, perché hanno paura del sonno e dunque reprimono il sogno, che è invece un lenimento dell’anima, un modo con cui l’inconscio guarisce le ferite della psiche.

Dicono alcuni che la prima notte che si arriva in un paese non si sogna, non si dorme. Altri che, addirittura, da quando sono fuori della loro patria non ricordano più i loro sogni.

Tutti, chi più chi meno, sono ossessionati dal ritorno.

 

Il mio sogno ricorrente da quando sono qui in Italia – dice Kreshnick, albanese – è quello di tornare a casa, il viaggio verso casa”.

 

Tutte le volte che metto la testa sul cuscino e sto per addormentarmi – dice Artan, albanese - sogno il ritorno, il ritorno a casa, ma questo è un sogno ad occhi aperti”.

 

Io volevo tornare a casa – è il sogno di Quamile, albanese – ma non riuscivo a tornare, vedevo solo la luce e non riuscivo ad arrivare, poi ho cominciato a vedere le persone e sono arrivata a casa mia”.

 

Spesso nei sogni dei migranti i luoghi e le persone si confondono, le lingue si mescolano, si smarriscono i punti di riferimento, come se alla dislocazione fisica corrispondesse una dislocazione della psiche e della coscienza. Sono sogni pervasi di un profondo senso di nostalgia.

 

“Da quando sono qua – dice Erika, peruviana – sogno la gente che cammina per le strade e vedo le somiglianze con i miei parenti e dico, questo assomiglia a mio padre o a mio cugino o al mio vicino di casa. E sogno che tornerò a casa, e so che tornerò a casa”.

 

Sogno i miei amici di qui – racconta Artan – come se però fossimo nella mia casa in Albania. Mi capita di collegare le cose che sono qui a quelle che ho lasciato a casa”.

 

Una volta, mentre le mie amiche facevano il caffè – narra Artiola, albanese – mi sono addormentata e ho sognato lo stesso profumo di quando mio papà faceva le castagne nella vecchia stufa e poi io mi coricavo nel suo letto, e sentivo lo stesso profumo e lo stesso calore di quando ero a casa. Quando mi sono svegliata avevo ancora addosso quelle sensazioni e ho chiesto alle mie amiche dove erano le castagne”.

 

Uscivo di casa per andare a comprare della frutta, quando uscivo dal negozio – dice R., un migrante bulgaro - non mi sembrava più la stessa strada, allora camminavo e giravo, senza sapere dov’ero. Non c’erano più nomi delle strade, e io sudavo perché volevo tornare a casa, provavo a chiedere il nome della strada, ma nessuno la conosceva”.

 

Una volta ho sognato che giravo per le strade d’Italia – racconta H., migrante ungherese – e riconoscevo molta gente del mio paese, mi chiedevo come fossero arrivati lì e li salutavo, ma loro non si ricordavano di me e nemmeno della mia famiglia”.

 

Ho sognato che ero in una strada di campagna – dice B.S., venezuelano – e dovevo raggiungere casa mia, ma non riconoscevo il posto. Camminavo a lungo e sui bordi della strada c’erano cose di ogni tipo, oggetti che avevo visto in casa di mia madre e altri che invece appartenevano a me, mi chiedevo come mai fossero lì, ma non mi preoccupavo”.

 

Prestando fede a Burdach, come d’altronde fa Freud nella sua Interpretazione, i sogni hanno lo scopo di liberarci della vita di tutti i giorni, rappresentando la realtà in simboli. Fichte parlava di sogni d’integrazione, in cui lo spirito si guarisce da sé. E in questi sogni raccolti da Beatrice Meoni sembra proprio che vi sia qualcosa di terapeutico, una sorta di potere riequilibrante, capace di reintegrare le urgenze dell’inconscio con le vicissitudini sociali.

 

Trasfigurazione estetica

Nel mettere in opera le sollecitazioni derivanti da questa, peraltro crescente, raccolta di sogni, Beatrice Meoni ha senz’altro tenuto conto della natura sfuggente dell’immaginario onirico, dell’inevitabile scarto tra il sogno vissuto e il sogno narrato, operato da quella censura diurna, che tra reticenze, omissioni, trasformazioni e falsificazioni “sublima”, per così dire, la sostanza dei sogni. “Essi sono un po’ come oggetti della nostra memoria – scrive l’artista – di cui non sappiamo la provenienza”.

Beatrice Meoni, nella sua fervida immaginazione teatrale, ha dato vita ad una vera e propria rappresentazione, ad una sintesi visiva e sonora della sua raccolta. Per prima cosa, volendo considerare i sogni alla stregua dei desideri inespressi dell’io-bambino, l’artista li ha incarnati nella forma di fragili bambolotti di garza, delicati simulacri di bimbi, un po’ sgualciti, che ha chiuso in scatole di plexiglas e posato sul letto di una stanza. Intorno vi ha disposto i resti di “vestimenti leggeri”, abiti di carta, quasi trasparenti, come quelli di qualcuno che si fosse spogliato frettolosamente, per abbandonarsi quanto prima al sonno ristoratore.

Nella penombra della stanza, scandita dal ritmo di un respiro addormentato (quello dell’artista), si alternano i bagliori dei light box. In essi, fedele alla sua pittura liminare, sospesa - come ha scritto Franco Farina - in quello spazio (limbo) di passaggio tra il visibile e l’invisibile, tra il silenzio e la parola, tra la forma e la non forma, Beatrice Meoni ha stipato le immagini di feticci bambini, accompagnandole con frammenti scritti di sogno. I suoi light box, come pure le scatole con i bambolotti di garza, sono raccoglitori mitologici di sogni e di immagini lontane, contenitori che conservano ciò che troppo presto la coscienza vigile cancella o altera.

Eppure anche la rimozione dei sogni ha la sua importanza.

Scrive Freud, citando ancora una volta Burdach, che “le immagini che accompagnano il sonno possono verificarsi solo a condizione che l’autorità dell’io venga attenuata”. In pratica, il sonno mette fuori uso l’io cosciente, ed è per tale ragione che, al risveglio, quando l’autorità dell’io torna in funzione, inizia quel processo di cancellazione. Allora – come nel bagno di questa camera - i sogni diventano simili alle scritte su un lavandino, basta lasciar scorrere l’acqua ed essi spariscono, inghiottiti dal gorgo della memoria. Oppure si perdono nel suono babelico di frantumagli di sogni, in quel mantra in cui si sovrappongono lingue e fonémi diversi, ma solo per annullarsi a vicenda.

C’è dunque, in questa Camera dei sogni, un luogo deputato alla memoria, quello della stanza da letto, con i suoi raccoglitori mitologici di sogni, ed uno dedicato alla rimozione o, meglio, alla deiezione del materiale onirico.

C’è un posto per conservare e uno per dissipare. Ma non risponde a questa struttura bicefala la nostra stessa psiche? Non vi sono in noi, allo stesso tempo, sonno e veglia, memoria e dimenticanza? 

 

 

Camera dei sogni

   

Beatrice Meoni,

Bambolotto per Camera dei sogni,

2004, garza e plexiglass 

 

     

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