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Beatrice Meoni -
Emergenze 5
di Matteo Sara
Dalla parte dei
folli, così si pone Beatrice Meoni nelle tre tappe di questa mostra, tappe
diverse ed inscindibili, generate dalla relazione fortemente empatica con i
luoghi espositivi che altro non poteva generare che tre esiti distinti.
Dalla parte dei folli
significa guardare, e soprattutto ascoltare, gli sguardi e le voci di coloro
che restano ai margini, al di fuori di relazioni con i simili, di quelli che
non hanno parole in comune con altri ma, come tutti, hanno bisogno di dirle,
di sentirle e condividerle. La parte dei folli è fatta di cose invisibili,
intangibili, di veli e di suoni, di immagini di un passato altrui rimaste
senza memoria, di camicie di forza potenti perché il più leggere ed
immateriali possibile, di frammenti di cantilene infantili che ritornano, di
luoghi di vita abbandonati al tempo, e dal tempo sospesi; ma soprattutto è
fatta di parole, quelle incomprensibili ed uniche di chi vuole comunicare,
ma senza riuscirci, e quelle che i cosiddetti normali utilizzano per
chiudere le persone nel loro isolamento (ché in esso cresce, se non nasce,
il problema). E allora da questa parte non ci saranno solo parole come
“pazzo” o “malato” ma anche “isolato” o “vecchio”, talvolta addirittura
“donna” quando casa e prigione coincidono, poiché alla levità degli
interventi di Beatrice non corrispondono solo l’immateriale leggerezza
tipica d’ogni contenuto psichico e la delicatezza emotiva richiesta al
fruitore dell’opera, ma anche l’esilità del confine tra molte vuote
esistenze normali e la parte dei folli.
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Side Insane I -
Marinella di Sarzana
Inutile avvicinarsi e
degnare solo di una rapida occhiata Side Insane I: le garze che ne
costituiscono le pareti sono un limite allo sguardo facilmente frangibile
avvicinandosi, ma non è nella prossimità fisica alle foto abbandonate o ai
vestiti racchiusi nelle inaccessibili stanze che si trova il senso di tutto
questo. Gli oggetti restano, certo, come emblemi di vite passate e sofferte
che solo di attenzione avrebbero bisogno per poter trovare un senso. Ma al
visitatore si chiede di percorrere quel corridoio, di sedersi, e di mettersi
in ascolto, da solo.
E allora, forse non
d’improvviso ma con cadenza inesorabile di cantilena, le fotografie saranno
esistenze che si sovrappongono e si inseguono nella nostra mente come la
voce di Meredith Monk intorno al piano, allora i vestiti resteranno
abbandonati come abbandonata è la donna della poetessa Patrizia Valduga e
come lo sono le parole di chi chiede aiuto e non lo può trovare in chi le
sue parole non conosce, allora tra quei vestiti leggeri si staglierà una
camicia di forza, come quella dei pazzi, dei malati, come quella la cui
fibbia è stata a lungo l’unico tentativo di comunicare per Nannetti Oreste
Fernando, che nella sua lunga degenza all’ospedale psichiatrico di Volterra
ha inciso su tutti i muri disponibili una lunga sequenza di segni, disegni e
parole che, forse, altro non sono che la sua vita, così come lui l’ha potuta
raccontare. Alla sua memoria Side Insane I costituisce un tributo.
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Side Insane II -
Pitelli
Side Insane II squarcia il velo, nulla si
nasconde più.
A Marinella di Sarzana, in un luogo ampio
e indiviso, c’erano pareti di garza a limitare lo sguardo e gli spazi in cui
fotografie e vestiti erano abbandonati e a definire le stanze di una casa in
mostra ma isolata dal mondo.
Qui resta un unico
oggetto, la Camicia di forza, a stagliarsi al centro dell’ambiente. La si
può finalmente vedere, imponente e fragile insieme, nei suoi particolari. Si
vedono le pieghe del tessuto, contorte e sofferte; i piccoli squarci che ne
solcano la superficie, talvolta cuciti come si fa con le ferite del corpo,
talvolta lasciati aperti, come solo le ferite dell’anima sanno essere; si
vedono gli spilli che tengono insieme ed allo stesso tempo feriscono, ma
facendolo provocano un dolore che almeno fa sentire vivi, che ricorda della
propria esistenza (come in certe terapie, come quelle insuliniche, con
frequenti punture quotidiane, che spesso erano usate in passato, anche per
la cura delle malattie psichiche, che danno dolore ma da cui dipende la vita
stessa); si vede pure il laccio, il lungo laccio che avvolge tutta la
camicia di forza, formato soltanto da parole, sia quelle che incatenano,
dette da chi chiude i folli nel loro mondo di mistero e speranza, sia quelle
che abbracciano, che i folli stessi dicono, urlano, scrivono (magari anche
sui muri, come Nannetti Oreste Fernando fece nel manicomio di Volterra per
decenni) nel tentativo di esprimersi come esseri sociali, come gli altri, e
nel bisogno di ascoltare almeno loro stessi.
Ecco allora che, sul pavimento, il tappeto
di immagini, memorie, lavori e decori che tanto danno l’impressione di un
inutile gioco, appare di nuovo come una stanza lui stesso, come un limite
invalicabile che chi sta dentro non riesce a superare, e che chi sta fuori
farebbe bene a rispettare, magari sedendo, come vuole l’artista, al cospetto
del simulacro, e facendolo in silenzio, perché qui o si ascolta il suono del
vuoto (non v’è infatti alcun audio aggiunto) o la voce del folle di fronte a
voi sarà soltanto la vostra.
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Side Insane II - Pitelli, 2007
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Side Insane III - Porciorasco
Side Insane 3 è quasi un’appropriazione:
di un luogo, degli oggetti in esso contenuti, dell’atmosfera che vi si
respira e, forse, delle vite che vi sono passate.
Molto di ciò che si vede sono i segni
della quotidianità degli ultimi abitanti, Beatrice li ha lasciati,
rispettosamente intatti, e su questi ha impostato il suo lavoro, se
possibile ancora più lieve, impalpabile, eppure molto incisivo. Questa volta
la follia non è esplicitata, non è chiaramente identificabile al primo
sguardo: bisogna saperla vedere nelle immagini sparse, su tutte in quella
grande, a parete, con quell’uomo che, seduto ad un desco, guarda verso di
noi, solo, privo di una presenza femminile lasciata nell’altra stanza, ad
alludere alla possibilità che la costrizione in cui molte donne un tempo (ma
solo un tempo?) erano racchiuse potesse essere in fondo una prigione anche
per i loro carcerieri. La follia bisogna saperla vedere, nell’altra stanza,
nello strumento di lavoro, casalingo, femminile per eccellenza, trovato in
ambiente, replicato e unito, a creare un nesso ed un’evidente analogia tra
passato e presente, tra schemi rigidi cuciti addosso e “stanze tutte per
sé” da cui però non si riesce ad uscire, tra ruoli sociali e quelle parole
ghettizzanti su cui Beatrice ha indagato. Parole che solo in apparenza
sembrano escluse da questo lavoro, invece, pur nascoste, appaiono, a chi le
sa cercare, come conferma che la normalità è talvolta un’ossessione di
costruire e registrare intorno a sé un mondo fatto solo di cose, di
“sicurezze degli oggetti”, un mondo che, andando al cuore, appare infine in
tutta la sua nudità, e inequivocabilmente folle.
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Side Insane III - Porciorasco di Varese
Ligure, Palazzo De Paoli Gotelli, 2007 |
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