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| LUNEDI Una settimana e un giorno. Un calendario in cui i giorni si succedono nell’accadere di momenti qualunque che sulla tela si trasformano senza cambiare. “Moments of being”. Virginia Woolf li chiamava così, momenti di essere che affiorano dall’opacità della vita quotidiana, quando si è fedeli al tentativo di raccontare, con l’arte o con la scrittura, “le cose come sono”. Il tempo di questo calendario non scorre e non si interrompe, è un tempo pieno, è un lavorìo, un battere e un levare. Il lunedì, contro ogni tentazione di attardarsi, è movimento. Possiamo entrare nella settimana attraverso una porta che si apre/una scala che fa da nervatura all’immagine. Punto di partenza una fotografia. Agli inizi degli anni ottanta, Roland Barthes, filosofo e semiologo pre-digitale, scriveva che fra la fotografia e il suo referente reale, c’è un rapporto strettissimo, quasi caparbio: il referente aderisce. “Il referente della fotografia è diverso da quello degli altri sistemi di rappresentazione. La pittura può simulare una cosa senza senza averla vista, il discorso può combinare segni che possono essere chimere, nella fotografia io non posso mai negare che la cosa reale posta dinanzi all’obiettivo è stata là”. (Roland Barthes) Per una foto scattata oggi questo può non valere più, ma poco importa. Le foto da cui partono i lavoro di “una settimana e un giorno”, forse non a caso, conservano questa aderenza alla realtà: ciò che quelle fotografie riproducono ha avuto luogo e ha avuto luogo una volta sola. E’ proprio questo eccesso di contingenza, questo troppo di identità fra l’immagine e il suo referente reale che si sfalda sulla tela per mano dell’artista. Bea prende le foto e ne esaspera l’intensità disegnando le forme di quegli oggetti che nelle foto risultano tagliati – una sedia, un tavolo, una scala – e, nello stesso tempo, li sfuma. Con la pittura cerca la soggettività di quegli oggetti completandone le forme, per poi lasciarli all’indefinito. E’ un gesto che trascina l’immagine oltre l’involucro di contingenza in cui è confinata una foto, per andare, verso un tempo più astratto, prima indefinito poi infinito. In questa elaborazione, elegante, pulita, sembra di leggere una doppia tensione: riconoscere a un attimo la forza di reggere il senso di una giornata, di un’esistenza e, contemporaneamente, arrendersi alla sua debolezza, al suo sparire dentro un tempo che va oltre le vite, un tempo in cui tutti gli attimi si perdono, non si vedono più fra le righe – possibili rette - del pezzo di quadro che sta fuori, a lato… “In un attimo solo c’è tempo, per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà. Perché già le ho conosciute, le ho conosciute tutte: ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi, ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè” (T.S. Eliot) Alcuni quadri sono piccoli. Piccoli come gli attimi presi dalle foto a ostinata, e disperata, unità di misura per una riflessione sul tempo. |
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