Martedì  
MARTEDI

“Nella stanza le donne vanno e vengono parlando di Michelangelo” (T.S. Eliot)

Mi piace questa immagine, sembra che le parole di questo parlare ininterrotto restino sospese, segnino una trama che si ferma a mezz’aria nella stanza. Le vedo queste parole, segni, grafie che punteggiano le immagini in movimento, come le cifre e le lettere nei quadri di Beatrice.
Forse è questo il quotidiano, un andare e venire che scorre basso, ovvio quasi, se qualche volta non si interrompesse portandoci verso la possibilità di guardarlo da mezz’aria. Basta questa altezza a procurarci la distanza necessaria per guardare l’ovvio con altri occhi, per trovare dentro l’abituale un appaesamento più ricco.
Un uomo in canottiera porta un bicchiere alla bocca, seduto di fronte a lui, allo stesso tavolo, un bambino.
Chi ha fatto quello scatto non voleva nient’altro che fermare quel momento, mi immagino. Così come mi immagino che si tratti di un padre e di un figlio e che quella sia la scena abituale del pranzo. Ma non lo so.
una foto, al di là dell’apparente riproduzione della realtà, non dice niente.
“La suprema saggezza dell’immagine fotografica consiste nel dire: questa è la superficie. pensa adesso – o meglio intuisci – che cosa c’è al di là di essa, che cosa deve essere la realtà se questo è il suo aspetto” (Susan Sontag). Allora torno, è inevitabile, a quello che non vedo e mi accorgo di non farmi domande concrete, non cerco di ricostruire i fatti, di capire chi sono i personaggi, di intuirne i destini. Niente di tutto ciò. Per me sono un padre e un figlio, presi in un momento qualunque, di un pranzo qualunque. Mi chiedo semmai chi avrà fatto quelle foto e perché, chi si sarà preso il gusto (e la responsabilità) di lasciare a quei due la possibilità di rincontrarsi lì, seduti a quel tavolo, ogni volta che quella foto sarà sotto gli occhi di qualcuno.

 
 
 

  

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