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| VENERDI A proposito del “qui ed ora” Alfred Schutz scriveva : “Il posto che il mio corpo occupa nel mondo, il mio attuale Qui, è il punto di partenza dal quale mi oriento nello spazio. Esso è, per così dire, il punto Zero del mio sistema di coordinate (…) E allo stesso modo il mio attuale Ora costituisce l’origine di tutte le prospettive temporali dalle quali organizzo gli eventi del mondo, il prima e il dopo, il passato e il futuro, la simultaneità e la successione, ecc.“ Questa visione, così geometrica, è molto rassicurante, ma assomiglia poco all’esperienza che facciamo del tempo. Nonostante costituiscano le coordinate primarie dell’esperienza, infatti, il “qui ed ora”, sono sfuggenti . L’idea del presente è vaga tanto quanto quella del tempo. Il presente non è un punto: è un tendere e un tenere, è un tempo impastato del futuro e del passato prossimi. Questo impasto di temporalità è parte del nostro ancoraggio alla vita, quello che ci permette di attraversare il presente con il massimo dell’agilità possibile: né troppo carichi di passato, né troppo impazienti di futuro. Forse il termine che meglio esprime il carattere temporale della nostra esistenza è un altro: è durata. Nell’intimità, liberi dalla necessità di coordinare il nostro tempo con le azioni di altri, troviamo forse il “qui ed ora” che ci convince di più. Una donna esce dal suo bagno, si muove verso la biancheria appoggiata sul letto, non si vedono i contorni del suo corpo, di lei non si vede niente, solo il movimento. Desiderio che aspira a una forma: durata. I numeri provano a tenere il ritmo, a scandire le successioni, a misurare l’esperienza, ma restano fuori, nel pezzo di quadro a lato, ticchettio di un meccanismo inascoltato. |
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