|
Le amenità dovranno aspettare!
Il tinello di casa per mia madre è sempre stato il suo laboratorio. Laboratorio non era il suo modo di chiamarlo, forse diceva "la stanza dove lavoro" o qualcosa del genere. Per me era normale che fosse così com'era. Solo ora, ripensando alle trasformazioni che quella stanza magicamente subiva durante la settimana, mi accorgo che l'ovvietà di mutamenti che mi sembravano naturali era opera dell'ostinazione di chi voleva continuare a dare a quella stanza due funzioni : tinello e stanza di lavoro. Per mantenere quella duplicità, mia madre la rassettava almeno due volte al giorno e al sabato, quando finalmente avrebbe potuto prendersi un po' di riposo, si preparava alla grande trasformazione in tinello che, ahimè, durava un solo giorno. |
![]() |
|
Il lunedì, la tovaglia ricamata scompariva e al suo posto riprendeva con naturalezza il campo uno dei tanti "incerati" su cui lavorava. Le pezze di stoffa risorgevano dalla loro attenta e precisa disposizione nei vari armadi della stanza, per reclamare ai bordi del tavolo la trasformazione in gonne e cappotti. Nonostante questo, che ora chiamerei ciclo di produzione, quella stanza è sempre stata il centro della vita familiare. Le mie due nonne aiutavano mia madre, io e mio fratello avevamo diritto di cittadinanza a quel grande tavolo e mio padre la sera stava con noi. Non era poi così grande, ma in quella stanza ci stavamo tutti. Mia madre lavorava anche dopo cena e io ho imparato da piccola a essere attiva anche molto dopo il carosello. Non ho mai sopportato di andare a dormire prima della fine di tutta quella attività. Anche da grande, in quelle ore studiavo per cercare di essere in sincronia con quegli smisurati tempi di lavoro. |
![]() |
|
A un certo punto è successo l'improbabile. La nostra casa ha perso tutte le pareti. Quando le donne vanno in crisi, assediate da continui attacchi di calore, mia madre ha fatto buttare giù tutti i muri. Le pareti centrali, quelle che appunto circondavano la sua stanza da lavoro, sono crollate sotto la sua ansia di rinnovare. La sua casa ha avuto quello che la moda da interni da qualche tempo reclamava: uno spazio aperto. Dopo pochi anni, ridottosi il bisogno di lavorare così tanto, quella trasformazione, che di solito avveniva una volta la settimana, si è compiuta per sempre. Il tinello è diventato tinello. La macchina da cucire, a cui mia madre non rinuncia, vittima com'è di un lavoro sommerso che non le dà né diritti né garanzie previdenziali, è stata messa in una stanza di passaggio, in un angolo in cui nessuno immaginerebbe di poter lavorare. Ma nel tinello, per bello che sia, ora nessuno ci va più. Nessun bambino giocherebbe o colorerebbe su un tavolo così in ordine. La famiglia si è ritirata in cucina per quasi tutte le operazioni della vita quotidiana, e il tinello va bene per la televisione o i vari transiti familiari, ma nessuno ci si ferma più. È il luogo in cui la famiglia, ormai allargata di qualche nuova generazione, si riunisce e pranza: non è più un posto per farci qualcos'altro. Sarà anche normale, ma a me fa una strana impressione. Persa la sua funzione di officina, quella stanza non funziona più. |
![]() |
|
Per mia madre l'inoperosità del tinello è certamente una conquista, anche se non corrisponde certo alla sua inoperosità. Ora si muove altrove, sempre accompagnata dalle solite frasi sulla fretta e sul tempo che manca. Il non far niente continua a essere il suo negativo, l'opposto a lei, la minaccia. Il fare è un dovere prima che una necessità, una dimensione etica. Si è quel che si fa.
Sandra Burchi |
![]() |
BEATRICE MEONI - via Fondacchi 20, 19038 Sarzana (SP) - T 338.6007059 - info@beatricemeoni.it ©2004-2010