Il luogo del mio sentire

Per Beatrice

 

Mai come in questo caso la mia paura si acuisce.

Una mia necessità di sempre è stata quella di figurarmi “l’oggetto coscienza”, “l’oggetto memoria” degli uomini e delle donne come un fantastico groviglio di materia colorata, costituito da inestricabili vortici, e insondabili.

Un enorme gomitolo, matassa animata in costante mutazione a seconda delle sollecitazioni e degli umori, delle aggiunte e delle perdite.

Le perdite: niente forse si perde. Emozioni, desideri, visioni fanno tutte parte di questo gomitolo infinito. Talvolta uno di questi – e in questo perenne movimento – va a finire al centro della matassa, apparentemente indietreggia per far posto agli altri, evocati da situazioni contingenti, da fatti visioni estemporanee. Apparentemente si dimentica.

Ma la nostra banca dati, quella che risiede a metà tra mente e cuore, ci restituisce, magari con colori e fisionomie modificate, tutti questi tesori, i fili colorati che sono il nostro patrimonio emotivo, dati concreti che diventano altro da sé quando si traducono in memorie, sensazioni, umori, desideri.

L’atto di rendere pubblica parte della matassa, di estrarre qualcuno di quei fili e provare a comunicarlo all’esterno, necessità di alfabeti codificati.

Spesso si è perdenti in partenza. Non può esserci, a mio avviso, se non raramente corrispondenza alcuna tra la possibile varietà, ricchezza, peculiarità e articolazione tra quell’ammasso filamentoso, il gomitolo, e l’ordine necessario che una qualsiasi comunicazione di esso impone.

Gli alfabeti che caratterizzano l’universo sentimentale e mentale e quello della lingua parlata – maggiormente scritta – non coincidono, non possono incontrarsi se non per fortunate coincidenze.

Che tuttavia si verificano.

L’affinità che sentiamo, che sento, il colpo al cuore che provo quando leggo un libro e inciampo in frasi, maggiormente in costruzioni di frasi, scritture, momenti in cui quello che si compone di fronte ai miei occhi, pure essendo frutto e elaborazione di qualcun altro diverso da me, mi appare meravigliosamente consono a descrivere, comunicare, un misterioso incrocio dei fili che compongono quell’insondabile gomitolo.

Gli do fiducia.

Improvvisamente immagine si sovrappone a suono, l’immagine visiva si sovrappone all’immagine scrittura.

Gli alfabeti si uniformano per un attimo e le ansie tendono a placarsi.

Le ansie di non voler focalizzare le cose, di non voler affrontare il gomitolo del nostro essere sensibile, di voler nascondere in pieghe estremamente private e non codificabili per impotenza o per ferma volontà.

Quando ci imbattiamo nell’alfabetizzazione del sensibile, quando le nostre, le mie aspettative, si sentono improvvisamente placate dall’incontro con una codificazione del pensiero che le rappresenta e al tempo stesso le matura, regala loro un corpo, una veste adeguata, mi sento di fronte a un piccolo miracolo, a un grande regalo che uno sconosciuto mi ha concesso, a un’opportunità insperata.

L’opportunità di dare forma al mio essere sensibile, di “trovare le parole per il racconto”.

Il regalo più grande è quello di non dover fare i conti con la mia mano spietatamente legnosa, con la mia testa estremamente pudica, con la verecondia inopportuna che trovo insopportabile nel momento di codificazione del mio intimo e personalissimo panorama interiore di fronte a un pubblico che so, che sento, su strade diverse dalla mia, con prospettive e aspettative diverse rispetto alla mie.

La pittura adopera un alfabeto ancora diverso, che necessità di una mediazione in più. Nel Primo Mondo, nel nostro Mondo, tutti sanno leggere e scrivere. Ma non tutti guardano e leggono la pittura. Nel Terzo Mondo, poi, neanche le parole hanno talvolta grande importanza.

In questo caso, guardando le tele e gli oggetti che voi guardate, ritrovo la stessa mia difficoltà, il mio stesso pudore, la stessa necessità.

Gli angosciosi filamenti, dati così personali e privati, flash improvvisi, momenti di ricordi allo stato di frammento ma che pur piccoli – proprio perché innumerevoli – hanno la capacità di raccontare un’esistenza.

L’ostacolo è, di nuovo, nella ricomposizione, nella costruzione di un alfabeto.

Beckett, Ofelia, dispiegano le loro voci, ma anche Müller, Alda Merini, Paul Eluard, insieme ad altri che hanno elaborato i loro alfabeti.

Gli astanti possono facilmente andare a recuperare i testi.

Garze, biacche, tempere, carte, inchiostri, tele, sono la materializzazione approssimativa dei fili del gomitolo emotivo.

Si scompongono, si appannano tra di loro. Eppure, ordinatamente, si dispongono sulle griglie che ripropongono i formati del foglio, rettangoli ordinati, in sequenze.

Testi che parlano di uomini e di donne, di amori, di vita quotidiana, riletta con l’annebbiamento della distanza, con l’urgenza del sentire, con il sovraccarico delle aspettative che rendono qualsiasi questione di vita non riferibile oggettivamente.

Le azioni, gli eventi, sono dati per scontati, pure contingenze.

Accidenti non evitabili.

Quello che si articola e si intreccia sono le parole, segno di paesaggi dell’anima.

L’ordine di disposizione dei frammenti va a costituire pagine con un loro ritmo di lettura, con una volontà precisa di delineare uno spazio, un luogo, per il posizionamento dei pensieri, dei frammenti emotivi.

Così in Beckett e Ofelia, così per in Studio, così in Notti condivise.

Nel grande dipinto blu notte strisce dattiloscritte che riportano il pensiero codificato di Eluard, si strutturano in piccolo fasci di luce, ordinate dentro tutta la superficie. Tutto il personale, privato di un’esperienza contingente di vita, leggibile attraverso la luce che entra dalle persiane abbassate, dai mobili disposti dentro le stanze in ripetizione, sempre uguali, né belli né brutti, piccoli “luoghi di memoria”. Tutte ripetizioni, moduli finiti quanto finito è il numero delle notti.

La ripetizione diventa rassicurante.

La visione è fatta di pagine, di moduli, di strisce, di virgole. In un atteggiamento quasi ossessivo, le virgole seguono, collocano, così come collocano le pagine, le memorie, i ricordi rielaborati, svincolati dal momento contingente e annacquati, oscurati da un’urgenza del possesso, dalla necessità di far emergere ciò che momentaneamente non affiora.

È l’urgenza di codificare un evento.

Lettere, comunicazioni personali, frammenti di letture; tutto materiale preso a prestito e ribaltato in costruzioni pittoriche.

La memoria ha una necessità: trovare i suoi luoghi dentro a perimetri definiti dagli alfabeti verbali..

Piccoli scrigni o vasi di Pandora che, una volta aperti, tracimano dei fili del gomitolo che non si riavvolge più.

Gli abiti: sono la contingenza accidentale, la necessità codificata, l’urgenza inevitabile, il codice a cui non si rinuncia.

L’ossessione dell’alfabeto rimane appiccicata addosso.

Sulla pelle, sugli abiti. Non si va in giro nudi. Il nostro codice sociale ci vuole vestiti.

E i nostri luoghi di memorie sono anche le vesti. Proprie, altrui. Meglio proprie, però. L’abito da ballo, il vestito da giorno, la manica, la tasca, le ciabatte.

Quella volta portavi quel vestito leggero, con le maniche corte, di quella stoffa tanto lieve, come una carezza…

Sì, e c’era il sole.

Ecco, sì, ecco il luogo del mio sentire.

“Tutta nuda, tutta nuda, hai il seno più fragile del profumo dell’erba gelata eppure ti sorregge le spalle. Tutta nuda. Ti sfili la veste con semplicità grande. E chiudi gli occhi ed è allora la caduta di un’ombra sul corpo, la caduta dell’ombra intera sulle ultime fiamme.”

Paul Eluard, da La vie immediate, Notti condivise, (1° ed. Torino, Einaudi, 1955), Torino, Einaudi, 1981 (2° ed. ), pp. 95-97

 

 

Ilaria Mariotti

 

  

 

  

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